PostHeaderIcon Comunicato stampa del 14 ottobre 2011

Lo scorso 12 ottobre, mentre la Basilicata viene scossa dalla notizia di indagini, avvisi di garanzia ed arresti relativi alla vicenda Fenice di San Nicola di Melfi, con un certo stupore abbiamo letto una nota dell'Arpab che sembra volerci ricondurre rapidamente alla logica del “tuttapposto” con cui, per anni, si è cercato in qualche modo di coprire il mucchio di magagne attorno alla vicenda.

Riteniamo opportune, allora, alcune considerazioni:

  • In relazione all'inquinamento della falda acquifera, l’Arpab ci spiega che “le attività di Messa In sicurezza in Emergenza possono alterare i valori” a causa di “difficoltà di campionamento” e conclude che le “considerazioni fatte sulle tabelle bimestrali sono fuorvianti e non rappresentano significativamente la reale situazione del sito contaminato”. Il punto è che quelle tabelle, per quanto ci risulta, sono gli unici dati di cui si dispone e, quindi, comunque i più significativi. Se non è la “reale situazione” è comunque la rappresentazione più prossima di quella reale e ci indica che tuttora la falda è inquinata ben oltre le soglie di contaminazione consentite dalle norme;
  • In precedenza, l'Arpab ha dichiarato che "gli interventi di Messa in Sicurezza in Emergenza del sito, hanno ridotto sensibilmente i livelli di contaminanti delle acque sotterranee” pertanto non vi sono motivi per sospendere l'attività. Ma questa riduzione non risulta da nessuna evidenza, anzi, nelle ultime tabelle di monitoraggio (settembre 2011) emerge un evidente incremento di Nickel e Manganese rispetto a Luglio. Ancora, “i continui interventi di MISE influiscono modificando i flussi sotterranei...” e che “da ciò potrebbe scaturire la presenza di superamenti delle CSC dei parametri oggetto del monitoraggio nonchè la comparsa di nuovi occasionali superamenti”. Guarda un po' le coincidenze, gli “occasionali superamenti” si verificano ogni qualvolta, da circa undici anni ad oggi, si prelevano i campioni da analizzare. Ci scuseranno all'Arpab ma il buon senso ci porta a pensare che non c'è alcuna occasionalità ma che siamo in costanza di inquinamento. Probabilmente le sostanze che superano le soglie di contaminazione previste dalla legge variano solo perché varia la composizione e la natura dei rifiuti che vengono inceneriti;
  • Le valutazioni dell’Arpab continuano a limitarsi alle sole emissioni in falda senza menzionare il monitoraggio delle emissioni dai camini dell’inceneritore, per i quali non ci risulta essere mai stata pubblicata alcuna informazione UFFICIALE e CERTIFICATA. A parte le pile di carta che Fenice-EDF invia agli Enti e che sarebbe arrivato anche il momento di divulgare. Non si può continuare a dire che non risulta inquinamento nell'aria: non risulterà mai se non se ne farà mai un monitoraggio serio;
  • L’incendio, l'ennesimo, scoppiato domenica 2 ottobre alle 4:00 del mattino ha richiesto l’intervento dei Vigili del Fuoco per circa 6 ore e solo l’oscurità delle tenebre ha potuto nascondere la reale portata dell’ennesimo episodio di disastro ambientale che non ha fatto altro che aggravare la già martoriata situazione. Anche qui l’ARPAB, intervenuta a fuoco ormai spento, ci rassicura e ci tranquillizza sulla base dei rilievi fatti in loco e sulla base delle dichiarazioni del gestore dell’impianto. Appare inspiegabile anche questo ulteriore tentativo di insinuare come “sicura” una situazione solo perchè le rilevazioni sono evidentemente insufficienti a dimostrare con certezza la ricaduta nociva o la sua esclusione;
  • La mancanza di sistemi di sicurezza adeguati a tutela della salute dei lavoratori Fenice e delle popolazioni della zona è stata rilevata sia dal Sindaco di Melfi che dalla stessa ARPAB. Quest’ultima, dopo aver visionato le foto notturne dell’incendio, dichiara la necessità di un “Piano di emergenza esterno e informazioni alla popolazione sulle misure di sicurezza”. Appare chiaro che, nonostante tutta la propaganda tesa a sminuire la pericolosità dell'impianto, anche all'Arpab hanno ben presente la probabilità che una catastrofe possa accadere. Catastrofe che, ci sia consentito, nessuno può definitivamente escludere sia già accaduta;
  • l'Azienda Sanitaria Provinciale (ASP) ha dichiarato che in assenza di una indagine epidemiologica non è possibile stabilire un rapporto di causalità tra le diffuse patologie riscontrate nell'area Vulture-Melfese e l'inquinamento delle falde acquifere. Chissà se a qualcuno, tra le autorità che dovrebbero tutelare la nostra salute, è mai venuto in mente che proprio per l'assenza di tale indagine non è affatto possibile escludere un nesso tra l'inquinamento e le molte malattie che flagellano la nostra popolazione. Curioso che alla dichiarazione del Ministro Prestigiacomo di aver finalmente interessato l'Istituto Superiore di Sanità per l'indagine epidemiologica ma anche per far “soccorrere” la Basilicata dall'Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale (ISPRA), l'assessore regionale all'ambiente Agatino Mancusi non trovi di meglio che rilasciare dichiarazioni dai toni che vanno dallo scherno alla stizza.
  • Nella giornata del 13 ottobre, Fenice Spa ha diramato un comunicato stampa con cui <<L’azienda ribadisce l’oggettiva non sussistenza di una situazione di “disastro ambientale” legata all’inquinamento accidentale della falda sottostante il proprio impianto.>>.  Avranno pazienza quelli di Fenice ma le loro dichiarazioni interessate ci sembrano risibili e molto meno convincenti delle ipotesi di reato tra cui, appunto,  il delitto di  “Disastro Ambientale”, formulate anche grazie alle consulenze di autorevoli esperti e convalidate dal Giudice per le Indagini Preliminari, magistrato terzo e “super partes”.

 

Il Comitato “Diritto alla Salute”, alla luce di queste considerazioni, ritiene quanto mai opportuno che, in regime di autotutela, la Provincia revochi immediatamente l'autorizzazione anche alla luce di un parere terzo rispetto all'Arpab, quale quello già acquisito dalla Magistratura, nell'attesa dei risultati di una indagine epidemiologica e della predisposizione un “Piano di emergenza esterno” al fine di evitare conseguenze ben più gravi alle popolazioni della zona.

Parlare oggi di "principio di precauzione" è diventato un eufemismo, cerchiamo almeno di salvare il salvabile ed un briciolo della dignità e di credibilità rimaste nelle Istituzioni.

 

Lavello, 14 ottobre 2011